Dal momento che...

Leonardo Sciascia e ‘Il giorno della civetta’

giornocivettaLa potenza narrativa de Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia (abbiamo utilizzato l’edizione pubblicata da RCS nel 2002), oramai un classico della letteratura italiana, resta intatta anche a distanza di oltre 50 anni dalla pubblicazione. Lo scrittore siciliano, con questo romanzo, dipinge la realtà della sua regione negli anni Sessanta, utilizzandola come metafora dell’Italia intera. Per capire il Belpaese bisogna prima capire la Sicilia, dove sono presenti in un territorio circoscritto tutti gli estremi che caratterizzano la cultura italiana, dalle eccellenze al degrado, dalle sicurezze alle contraddizioni. «Incredibile è anche l’Italia – scrive Sciascia – e bisogna andare in Sicilia per constatare quanto è incredibile l’Italia» (p. 131). Poi ancora, alla stessa pagina, fa dire a un amico del protagonista: «Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia […] gli scienziati dicono che la linea della palma, cioè il clima che è propizio alla vegetazione della palma, viene in su, verso il nord, di cinquecento metri, mi pare, ogni anno […] E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già oltre Roma […]». La regione d’origine dell’autore è una cartina di tornasole dell’intera nazione.

Il capitano Bellodi, parmense, conduce un’indagine nel paese di S. (Sciascia non scrive mai i nomi completi delle località interessate dai fatti descritti), nei pressi di Siracusa, utilizzando un approccio nuovo e ancora sconosciuto – si fa per dire, quando la mafia veniva a malapena nominata ed era il Governo stesso a negarne l’esistenza. Siamo nell’estate del 1960. A partire da un omicidio – che poi condurrà subito a un altro assassinio – Bellodi insegue la pista mafiosa annodando relazioni e amicizie, nella maniera che, al giorno d’oggi, risulterebbe più ovvia, ma che nel paese di S. degli anni Sessanta veniva solitamente messa da parte in fretta e furia per lasciare spazio al “solito” omicidio passionale.

Sciascia racconta una parte dell’indagine quasi da spettatore, senza mai entrare nei dettagli degli inquirenti. Non sappiamo se i colpevoli verranno assicurati alla Giustizia, abbiamo solo la sensazione che Bellodi ci vada davvero molto vicino, ma che lo scetticismo generale – evoluzione dell’omertà nella quale da sempre proliferano le mafie – impedisca di giungere a una soluzione in tempi brevi. E questa indagine avrà effetti anche su Bellodi stesso, dal punto di vista umano e caratteriale, ma non capiamo in che termini. Qualcosa però si muove nella Sicilia (e nell’Italia) degli anni Sessanta, dato che di lì a pochi anni (1963), verrà istituita la prima commissione d’indagine parlamentare sulla mafia.

Sciascia1Ciò che è importante, in questo libretto di poche pagine, è la capacità dello scrittore di saper raccontare una realtà conducendo il lettore all’interno di un percorso arduo, un flusso di coscienza difficile da seguire senza mai perdersi ma che, per questa difficoltà, si apre solamente a chi ha reale intenzione di avvicinarsi alla verità. Eppure il “flusso di coscienza” è solo apparente, poiché Sciascia stesso rivela, in una nota a fine libro, di aver lavorato moltissimo per limare la stesura originale, facendo in modo di non urtare la sensibilità di più soggetti possibile, e nel rivelare questo fa una seconda denuncia: «[…] non l’ho scritto [il romanzo, ndr] con quella piena libertà di cui uno scrittore (e mi dico scrittore per il solo fatto che mi trovo a scrivere) dovrebbe sempre godere» (p. 138).

Nel libro c’è una descrizione dell’antimafia e di quelli che, 25 anni più tardi, Sciascia chiamerà i “professionisti dell’antimafia”, cioè magistrati che sulla lotta alla mafia hanno costruito, secondo lo scrittore, un vero e proprio carrierismo – accusò di questo, nel 1987, nientemeno che Paolo Borsellino, alzando un polverone di critiche che lo spinsero ai margini della vita politica del Paese. Ne Il giorno della civetta non c’è il racconto di un passato, ma nel descrivere accuratamente una realtà presente riesce addirittura ad anticipare il futuro, come spiega Francesco Merlo nell’introduzione al romanzo: «Bellodi dunque non è […] un personaggio realmente esistito, ma è una folla di personaggi che realmente esisteranno, non è ispirato ma ispiratore, è tutti gli eroi antimafia che l’Italia ha conosciuto, come Renzo è tutti i promessi sposi, Ulisse è tutti i vagabondi, Pinocchio è tutti i bambini del mondo» (p. 8).

Sciascia racconta la mafia in un momento nel quale ancora non se ne percepiva l’esistenza, un po’ per ignoranza, un po’ per omertà, un po’ per semplice disinteresse verso le cose “lontane” (dalla visuale di Roma). E lo spiega benissimo: un paragrafo de Il giorno della civetta è così chiaro nel proprio cinismo, nella propria terribile realtà dei fatti, che vale la pena riportarlo per intero qui sotto. La forza e il fascino de Il giorno della civetta stanno qui, in queste poche righe che al tempo stesso divulgano e incuriosiscono, scoperchiando la realtà dei fatti: dove lo Stato è assente, la mafia può diventare lo Stato. Il libro è stato pubblicato nel 1961.

«Bellodi raccontò la storia del medico di un carcere siciliano che si era messo in testa, giustamente, di togliere ai detenuti mafiosi il privilegio di risiedere in un’infermeria […] i caporioni, sanissimi, occupavano l’infermeria per godere di un trattamento migliore. Il medico ordinò che tornassero ai reparti comuni, e che i malati venissero in infermeria. Né gli agenti né il direttore diedero seguito alla disposizione del medico. Il medico scrisse al ministero. E così, una notte fu chiamato dal carcere, gli dissero che un detenuto aveva urgente bisogno del medico. Il medico andò. Ad un certo punto si trovò, dentro il carcere, solo in mezzo ai detenuti: i caporioni lo picchiarono, accuratamente, con giudizio. Le guardie non si accorsero di niente. Il medico denunciò l’aggressione al procuratore della Repubblica, al ministero. I caporioni, non tutti, furono trasferiti ad altro carcere. Il medico fu dal ministero esonerato dal suo compito: visto che il suo zelo aveva dato luogo ad incidenti. Poiché militava in un partito di sinistra, si rivolse ai compagni di partito per averne appoggio: gli risposero che era meglio lasciar correre. Non riuscendo ad ottenere soddisfazione dell’offesa ricevuta, si rivolse allora a un capomafia: che gli desse la soddisfazione, almeno, di far picchiare, nel carcere dove era stato trasferito, uno di coloro che lo avevano picchiato. Ebbe poi assicurazione che il colpevole era stato picchiato a dovere» (pp. 133-134).

 

Copertina: livesicilia.it

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