Foglie d'erba

Amore nella fisicità del corpo elettrico

Il nostro ricordo di Whitman è iniziato qui. Siamo alla quinta puntata.
Leggile tutte >>

walt-whitmanQuesta puntata di #TWhitman è stata la più difficile finora, non tanto per la riscrittura in sé, quanto per la costanza richiesta da un’attività di questo tipo. Whitman è totalizzante, come ogni poeta che si rispetti, e non è possibile dedicargli qualche ritaglio di tempo. Per questo ho atteso fino a oggi per scrivere, finalmente, questo quinto appuntamento con il nostro viaggio all’interno di Foglie d’erba.

Eravamo rimasti in attesa del vento che muove le foglie, in un breve limbo temporale all’interno del quale Whitman ha potuto finalmente liberare il proprio amore sotto forma di contemplazione. In questo frangente egli contempla se stesso in quanto essere umano, in un estremo atto d’amore verso l’umanità intera. Qui sembra sostituirsi a Dio, ma solo perché l’Uomo, che in questo momento rappresenta, è l’oggetto del suo amore. Egli si guarda allo specchio e vede «un uomo di uomini», inserito nel grande flusso della vita. Non è più importante l’individuo con nome e cognome, ma va considerato in un senso più ampio, come piccolo tassello dell’umana stirpe. Con questa operazione, Whitman mette a nudo l’uomo: niente più che un contenitore in grado di ospitare qualsiasi cosa, più cose è in grado di contenere dentro di sé, più riesce ad avvicinarsi alla Natura. «Mi contraddico? Ebbene sì, mi contraddico. Sono grande, contengo moltitudini» è una delle citazioni più celebri del Poeta.

Questo grande componimento naturale, al limite del divino (concetto sempre mutevole in Whitman), si esalta nella perfezione degli equilibri, come uno stagno che si scuote nel momento in cui vienecolpito da un sasso e, subito, torna com’era prima. Per descrivere questo equilibrio, Whitman scende a un livello di ragionamento particolare e riscopre le singole diversità dei corpi, così diversi eppure così simili. È il corpo elettrico, la forza che ogni individuo sprigiona. Come avviene nelle reazioni chimiche, l’elettricità genera legami e ogni movimento del corpo, positivo e negativo, genera nuova energia, nuovi corpi. «La passione non è mai peccato perché è fonte di nuove anime».

Dopo la descrizione del corpo, Whitman passa all’analisi del comportamenteo del corpo all’interno della società, mosso dall’anima. I legami sono qui concepiti da un punto di vista diverso, se prima creavano energia, ora generano costrizione, quindi assorbono energia, in un ciclo perverso che si autoalimenta. Un’ossessione, al punto che il Poeta immagina di evadere da questo ciclo per un’ora soltanto, in modo da non comprometterlo, e godere una finta libertà assoluta. Ma è ben consapevole che non sarà mai possibile, per questo capisce che un briciolo di evasione svanisce subito, ma lascia segni intensissimi. È questo l’amore? Forse sì, e ne vale la pena. Ma d’altronde come è possibile immaginare una libertà assoluta se noi, in quanto uomini, non l’abbiamo mai provata? Immaginiamo una libertà sempre all’interno di precisi confini.

Whitman intreccia amore, disperazione ed evasione in uno dei più bei componimenti della storia della Poesia, Noi due, quanto a lungo fummo ingannati. C’è felicità nell’unione, che si crea nella consapevolezza di aver provato lo stesso dolore e di essere pronti, finalmente, a lasciarselo alle spalle. Le ali possono donare il volo se battono all’unisono. Non si può slegare l’amore dalla sofferenza, perché è proprio in contrapposizione a questa condizione che esso si rafforza. Se la libertà dai legami è vista come la vera soddisfazione, allora cercare di raggiungerla insieme, all’interno di un nuovo legame, sembra un paradosso. Ma non è da soli che si trova la forza, il corpo elettrico vive di relazioni e ne ha bisogno per alimentarsi. Il mare è lì, non c’è altra scelta che tuffarsi insieme per nuotare nella libertà. Un canto d’amore e di rassegnazione.

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