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La scuola siciliana di Montalbano

“La voce del violino” di Andrea Camilleri (Sellerio, 1997)

Parlare di Andrea Camilleri è allo stesso tempo obbligatorio e difficile. Non esiste, al momento, un altro autore in grado di esprimere un tale radicamento al proprio territorio, la Sicilia, attraverso la padronanza di un linguaggio tra l’italiano e il dialetto che viene utilizzato per raccontare le peripezie del personaggio più noto: il commissario Salvo Montalbano. Camilleri, si badi bene, non è solo Montalbano, ma da qui partiamo per spendere due parole sull’autore nato a Porto Empedocle.

Abbiamo letto La voce del violino, quarto romanzo della serie dedicata a Montalbano (in seguito divenuto un film), e pubblicato da Sellerio nel 1997. L’impostazione del thriller italiano di Camilleri si inserisce nella tradizione che fu portata a livelli eccellenti da Giorgio Scerbanenco, e proprio dell’autore ucraino naturalizzato italiano Camilleri raccoglie l’eredità. In questo episodio, il commissario Montalbano è diviso tra un omicidio da risolvere, che scopre un po’ per caso e un po’ grazie al proprio fiuto, e una questione personale – sentimentale – da sciogliere. Lo scontro con il sotterfugio, il crimine, il male, il sangue e la loro sconfitta è una linea di continuità tra Scerbanenco e Camilleri, i quali raccontano il delitto come la prima tentazione umana.

Ed è l’uomo ad avere centralità in Camilleri. Il personaggio di Montalbano è sguaiato, sprezzante, irriverente ma animato dal buonsenso, che è spesso ciò che si contrappone alla burocrazia, all’etichetta, alle consuetudini o – ancor peggio – alla Legge, per cercare giustizia. Ed è sempre il buonsenso a spuntarla. Montalbano è ciò che il cittadino medio, nel senso comune, vorrebbe poter fare ma non può o non osa fare. Una rappresentazione chiara e definita dell’uomo dello Stato – che ha le possibilità per rendere giustizia – negli ideali della cultura popolare italiana; ultimo baluardo dei sentimenti (rappresentati dalle turbe amorose del commissario) in fuga dalle omologate e controllate città.

La perfetta sintesi tra dialetto siciliano e lingua italiana ha una vera e propria funzione divulgativa di lingua e cultura siciliane. Il romanzo svela il proprio carattere sin dalle primissime righe: «Che la giornata non sarebbe stata assolutamente cosa il commissario Salvo Montalbano se ne fece subito persuaso non appena riaprì le persiane della càmmara da letto. Faceva ancora notte, per l’alba mancava perlomeno un’ora, però lo scuro era già meno fitto, bastevole a lasciar vedere il cielo coperto da dense nuvole d’acqua e, oltre la striscia chiara della spiaggia, il mare che pareva un cane pechinese […]». La forza sta nel coinvolgimento emotivo che suscitano le descrizioni di Camilleri, in grado di ricostruire immagini e persino profumi.

Dopo aver letto molte altre pagine, la mente corre, per un attimo, alla Scuola siciliana, corrente filosofico-letteraria che nel XIII secolo, insieme al Dolce Stil Novo, contribuì, di fatto, a creare la futura lingua italiana. Gli autori siciliani vissuti tra il 1200 e il 1300 sembrano compiere la stessa operazione – con le dovute proporzioni – che compie Camilleri. Ecco i primi versi di Madonna, dir vo voglio di Jacopo da Lentini (1210 – 1260): «Madonna, dir vo voglio / como l’amor m’à priso, / inver’ lo grande orgoglio / che voi bella mostrate, e no m’aita […]». Si noti anche la ben più celebre Rosa fresca aulentissima di Cielo d’Alcamo (XIII sec.): «Rosa fresca aulentissima, / C’appari in ver la state, / Le donne ti disiano, / Pulzelle e maritate […]». Gli autori della scuola siciliana partirono dal dialetto e crearono il volgare (che in seguito divenne l’italiano), mentre Camilleri parte dall’italiano per tornare al dialetto. Un recupero delle tradizioni dimenticate che furono all’origine di tutto.

Chiudiamo su Montalbano. La città in cui vive, Vigàta, si compone pian piano di fronte ai nostri occhi, al punto che par quasi esistere sul serio. La prosa avvolge il lettore, che si avventura con il commissario nelle stanze abbandonate della villa in cui si è consumato l’omicidio. Il suono rivelatore del violino si può udire chiaramente tra le righe ed è inquietante, fa rabbrividire quando invece, solitamente, è un suono delicato e rilassante. Il cambio di significato è dovuto all’azione efferata che si è compiuta, mossa dal desiderio di possedere il prezioso strumento. Il giallo-thriller di Camilleri appassiona dalla prima pagina, e non molla nemmeno dopo aver concluso l’ultima, unendo all’intreccio una grandissima qualità nella ricerca del linguaggio e delle informazioni che dà nel testo. Un’esperienza formativa oltre che di intrattenimento.

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4 thoughts on “La scuola siciliana di Montalbano

  1. Hai discusso su un libro di Camilleri un pò datato e ancora leggibile perchè gli ultimi si leggono con immensa fatica per un uso sovrabbondante del dialetto siciliano che infastidisce persino i siciliani come me.
    Hai letto Giuseppina Torregrossa( anch’essa sicula)? Nel suo splendido romanzo “Manna e miele, ferro e fuoco” fa un uso attento, moderato ed intelligente del dialetto, mescolandolo ad uno stile letterario originale e che a tratti si può definire poetico, permettendo al lettore anche una ricostruzione semantica del linguaggio del passato.
    Cordialmente,
    Maria Rosaria

    • Molto interessante! In realtà ho scelto un libro che avevo gradito particolarmente ma mi ero ripromesso di scrivere anche di qualcos’altro. Però questa scrittrice che mi suggerisci non la conosco, grazie per la dritta! Provvederò, mi incuriosisce molto. Grazie! Paolo

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