Dal momento che...

La guerra sul basilico

"La guerra del basilico" di Nico Orengo (Einaudi 1994)

Leggere Nico Orengo è partire dal presupposto che la storia non è altro che un contorno del paesaggio. Un orpello, un ornamento che può cambiare ed essere sostituito da un momento all’altro senza che la sostanza cambi. Ed ecco che con La guerra del basilico (Einaudi 1994) l’ex direttore di «TuttoLibri», scomparso nel 2009, esprime al meglio la propria passione per la tutela dell’ambiente.

L’autore prende una vicenda reale, l’avvento della famosa alga assassina che a più riprese, anche nel passato recente, ha danneggiato i fondali del Mar Ligure, la Caulerpia Taxifolia. La nobiltà d’animo della protagonista, Sandra, biologa dell’Università di Torino, si scontra con un mondo in cui sembra quasi che le disgrazie ambientali facciano comodo. L’impotenza che frustra la protagonista fa a pugni con la sua voglia di cambiamento.

Ma non è così banale, perché Nico Orengo non dà soluzioni, non è arrogante nell’indicare chi sono i buoni e chi sono i cattivi, tentazione spesso diffusa nella letteratura (e non solo). L’autore porta dati, situazioni e sensazioni, in una cronaca precisa e serrata degli avvenimenti, da buon giornalista che mai, in vita, ha rifiutato di denunciare quello che per lui non era giusto.

Tante storie si intrecciano, mentre l’alga appesta l’acqua ligure e fa capolino nelle reti di qualche peschereccio, e persino in alcuni piatti a base di pesce. Intanto, grande spazio nel racconto è riservato a Oscar, un abile rigattiere in cerca della sdraio su cui Grace Kelly prese il sole in una scena di Caccia al ladro di Alfred Hitchcock. L’anima ribelle, che porta con sé anche un piccolo moto di rassegnazione, contagia la rigida e determinata Sandra, la quale però rivela una storia personale tutt’altro che semplice. Il tutto tra le stanze e i corridoi di un albergo sgangherato e gestito da tre avvocati stralunati senza arte né parte, ciascuno con i propri vizi, più o meno leciti, e le proprie fissazioni.

Ambientato tra Ventimiglia e Montecarlo, il libro spicca per le descrizioni dei paesaggi, che Nico Orengo conosce a menadito e non disdegna di mostrare al lettore, attraverso parole scelte con cura e chiamando le cose con il loro nome. Una vicenda che non dà risposte, non si abbandona nell’happy end che ci si aspetterebbe, una narrazione delicata e misurata che non dà certezze. Quell’inquietudine di fondo è placata soltanto da un buon piatto di pasta al pesto, fatto con le foglie di un’enorme pianta di basilico. L’unica vera costante di tutto il racconto: l’espressione più diretta e lampante dell’anima del territorio, l’uomo che riprende il contatto con l’ambiente e, per questo, ritrova la propria serenità.

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