Dal momento che...

La guida, il romanzo e tutto quanto

"Guida galattica per gli autostoppisti" di Douglas Adams (Mondadori, 1996)

Uno dei problemi con cui si confrontano gli scrittori è la scelta di un modo per raccontare il mondo. In Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams (1979), il tema ricorre palesemente. Si tratta di un romanzo che raccoglie i primi quattro episodi di una serie radiofonica omonima trasmessa dalla BBC nel 1978, la quale narra la storia di Arthur Dent, scampato alla demolizione del pianeta Terra per la costruzione di un’autostrada galattica, che si salva grazie all’alieno Ford Prefect, capitato sul globo per osservarlo e compilare una voce della “Guida”.

Arthur è proiettato in un nuovo mondo, più ampio dell’immaginato, dove scopre – come spesso accade nei romanzi di fantascienza – che la Terra era un insignificante granello di polvere di uno sconfinato universo. I personaggi del libro, primo capitolo di quella che Adams definì “trilogia in cinque parti” (i previsti tre volumi divennero infine cinque), sono accuratamente studiati.

Ford Prefect, ad esempio, porta con sé un asciugamano e non può non ricordare il celebre Linus di Schulz, che non si separava mai dalla propria coperta. Curiosa invece la figura di Marvin, robot androide costantemente depresso, solito affrontare con cinismo estremo qualsiasi situazione. Tipico disfattista, ma è un robot. Probabilmente è un convinto citazionismo, che ritroveremo tra poco, dovuto alla volontà di raccontare lo scibile umano. L’idea di abbandonare la Terra è anche una metafora: allontanarsi e guardare un oggetto con distacco per poterlo descrivere.

Ciò che resta impresso, e che ha dato adito a molteplici interpretazioni, è l’evento centrale: la “risposta alla domanda fondamentale sulla vita, l’Universo e tutto quanto”. Un quesito posto da alcuni scienziati alieni, con le sembianze di topi, descritti come gli essere più intelligenti dell’Universo, i quali hanno costruito un super computer in grado di rispondervi. Dopo sette milioni e mezzo di anni di elaborazione, il cervellone dà come risposta 42, suggerendo ai topi di essersi dimenticati la domanda, che viene in seguito così formulata: “Quante strade deve percorrere un uomo?”. La frase originale inglese, “How many roads must a man walk down?”, è anche l’incipit di “Blowin’ In The Wind” di Bob Dylan.

Nonostante lo stesso Adams avesse dichiarato nel 1993 di aver scelto casualmente quel 42, le interpretazioni non si sono fermate, soprattutto in seguito ai rimandi che l’autore ha fatto nei libri successivi. Ci permettiamo un piccolo suggerimento. Nel 1978 esce il romanzo La vita, istruzioni per l’uso di Georges Perec, scrittore francese membro dell’OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle – Officina di letteratura potenziale), dedicato alla memoria di Raymond Quenau.

Perec sostiene che il racconto sia frutto di limitazioni formali basate su precise regole matematiche, e stabilisce una serie di elementi che ogni capitolo di un libro dovrebbe contenere o ai quali alludere. Il sistema gli permette di raccontare, nel romanzo, lo svolgersi della vita in 99 stanze su 100 all’interno di un palazzo. Quante sono le liste di elementi necessari per raccontare (quasi) tutto? 42. Quante strade deve percorrere un uomo (lo scrittore il cui obiettivo è raccontare)? Sempre 42.

Non è certa l’influenza reciproca delle opere prese in analisi, ma è curioso che per un obiettivo simile (racchiudere “il tutto” all’interno di un “contenitore”) si arrivi alla stessa convenzione. Se vogliamo, 42 è anche un numero divino (ulteriore rimando al concetto di Universo), poiché è il numero di generazioni che intercorrono tra Abramo e Gesù (“Quante strade deve percorrere un uomo”?) e addirittura nell’antico e criptico testo cinese Tao Te Ching del controverso Lao Tzu, il capitolo 42 contiene una presunta spiegazione dell’Universo.

Pure casualità o precise scelte? Ci fermiamo qui, non è importante stabilirlo, ma se l’opera in sé ha come obiettivo il racconto del tutto, visti i ragionamenti che può stimolare, forse ci è andata vicino. Un 99 su 100 come nel romanzo di Perec, non a caso indicato da Italo Calvino come un iperromanzo, che l’autore italiano definiva così: «Un luogo d’infiniti universi contemporanei in cui tutte le possibilità vengono realizzate in tutte le combinazioni possibili».

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