Dalla persona

La prima, necessaria, sorsata di banalità

"La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita" di Philippe Delerm (Sperling & Kupfer, 2010)

// DOCILI BANALITÀ. Sarà che in un mondo costantemente abituato alla novità, parlare di banalità è spiazzante e miserevole. Sarà che la novità è percepita come un movimento e la banalità come il trionfo dell’immobilismo. Sarà che a correre verso un obiettivo senza mai fermarsi ci si perde un sacco di banalità, veramente una caterva. Allora, in certi casi, può venire in aiuto un semplice libretto, scritto presumibilmente in poco tempo e con poche pretese, che s’intitola La prima sorsata di birra e altri piccoli piaceri della vita (Sperling & Kupfer, 2010), scritto da Philippe Delerm.

Niente di più semplice e sottovalutabile di un compendio di storielle lunghe tre o quattro pagine che raccontano i momenti più ignorati e scontati della vita quotidiana. Dalla prima sorsata di birra dal sapore particolare, che dà il nome al libro, alle mattinate passate a sgranare piselli parlando, magari, dei massimi sistemi, fino ad arrivare alle imprescindibili brioche calde del mattino o a un bicchiere di buon Porto.

// EPPUR CI PIACE. Di per sé non si tratta di una grande opera, ma è proprio la cosiddetta mediocrità del testo che carpisce il lettore, il quale si confronta con un libro scritto per essergli vicino il più possibile. E nel dire “mediocrità” non si creino fraintendimenti, mediocre sta tra sufficiente e buono. I racconti esclusivamente descrittivi pongono l’accento sulla necessità, veramente troppo spesso sottovalutata, di avere momenti di totale spensieratezza e, sì, di profonda banalità.

Anche perché, a causa di un antico dettame semiotico che qui chiariremo, è impossibile avere originalità se non si ha banalità. I cambiamenti si riconoscono come tali – e qui entra in ballo la semiotica, lo studio dei meccanismi di significazione – solo in seguito al confronto tra una situazione e l’altra. Originalità è tale proprio perché non è banalità. Delerm insiste sulla necessità dell’uomo di non dimenticare i momenti di totale assenza delle costrizioni create dal meccanismo di produzione continua di originalità.

// PAUSA. E va bene, non è il libro del secolo, ma non è necessario il libro del secolo per nutrire la mente. Centoventi pagine che scorrono così facilmente sono una pausa per il lettore, per rinfrancar lo spirito tra un testo e l’altro. Oddio, magari se i componimenti fossero stati più lunghi e un po’ più elaborati, l’autore avrebbe ottenuto sicuramente un risultato migliore. Ma in fondo va bene così. Del resto la cosa più buona è la prima sorsata di birra, mica tutta la pinta.

Se cercate le grandi rivelazioni, le perle di saggezza, le frasi da citare o da tatuarvi addosso, da scrivere al partner, evitatelo assolutamente. Se avete solo voglia di leggere – ma del resto i lettori cosa fanno? – potete concedervi questo simpatico libretto senza star troppo a pensarci su.

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