Dall'evento

C’è un Gattopardo anche al Salone

Una scena del film "Il Gattopardo" di Luchino Visconti (Italia 1963)

// DUE PASSI AL LINGOTTO. Se dall’elenco dei 15 SuperLibri che, stando agli organizzatori del Salone del Libro, inaugurato stamattina,  sono «i testi fondativi su cui l’Italia si è formata e si è lacerata, si è unita e si è divisa», mancano opere come “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni o la “Commedia” di Dante Alighieri qualche dubbio sovviene.

Niente paura, si tratta di limiti cronologici che selezionano le 15 opere in questione solamente nel secolo e mezzo di storia della Repubblica italiana. Il Salone del Libro si avvia sotto i migliori auspici ma con l’ostentazione di italianità ottusamente rigida che finisce col lasciar fuori chi italiano lo è sul serio, e lo è stato prima di tutti gli altri. Dall’elenco però scegliamo un libro, a nostro avviso il più rappresentativo: Il Gattopardodi Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1958).

// DALLO SCAFFALE. Autore di quest’unica opera, Giuseppe Tomasi (Palermo 1896 – Roma 1957), principe di Lampedusa, ambienta la vicenda nell’Italia tardo borbonica, durante il passaggio dalla dominazione spagnola a quella piemontese, con la conseguente unificazione della Penisola. Il romanzo, pubblicato postumo, scaturisce dagli occhi di don Fabrizio, principe di Salina, che vede decadere lentamente l’aristocrazia a favore di una nuova classe, quella borghese, sospinta dall’avanzata delle truppe garibaldine.

Il passaggio dall’arretrata egemonia degli Aragona alla nuova e speranzosa monarchia parlamentare dei Savoia è naturalmente fonte di entusiasmo. Ma forse le cose non stanno proprio così, perché se il popolo è in subbuglio, la classe dirigente trema. Davvero sta cambiando tutto? Davvero le nuove aperture proclamate dai “liberatori” miglioreranno la vita dei cittadini? Una vicenda stampata su carta nel 1958 e ambientata un secolo prima che però è attualissima.

// COSA VUOI CHE CAMBI? “Se vogliamo che tutto resti com’è, bisogna che tutto cambi” dice Tancredi Falconeri, nipote di don Fabrizio. La vecchia classe dirigente continua a tirare le redini del potere o viene sostituita da una classe dirigente identica, ma con un nome diverso. Sono gli anni che porteranno al Brigantaggio in cui le mafie affondano le proprie radici. È l’immagine di un paese che finge di cambiare, perché gli interessi sono più forti delle oligarchie stesse. Lo sfarzo barocco descritto nel libro fa pensare alla villa di Tony Montana ricostruita dal boss camorrista Walter Schiavone. Autocelebrazione e ostentazione del potere, tentazioni assai diffuse e intatte.

Utile inserire quest’opera nei libri che hanno fatto l’Italia perché stimola una riflessione su quanto sia stato fatto dal 1861 al 2011. Non è questa la sede per aprire un dibattito sull’argomento, ma un libro del ‘58 che parla di oligarchie, poteri forti, consultazioni truccate, resistenze mafiose all’innovazione porta a chiedersi dove stia realmente il cambiamento. Non nella tecnologia, non nell’economia, bensì nella mentalità. E basti pensare come il progresso reale parta dal basso e non sia mai imposto, altrimenti è fittizio, fa rumore ma le persone continuano a pensarla esattamente come prima. Un po’ come avviene durante le invasioni, sia militari, come 150 anni fa, sia ideologiche, come adesso. Un po’ come restringere il campo dei libri fondativi dell’italianità a 150 anni, poi succede che ci si irrigidisca nel non volersi convincere.

// APPENDICE. Gli altri 14 titoli che «hanno trasformato la rappresentazione del nostro Paese agli occhi di sé e del mondo» sono: “Le confessioni di un ottuagenario” di Ippolito Nievo (1867), “Le avventure di Pinocchio” di Carlo Collodi (1880), “Cuore” di Edmondo De Amicis (1886), “Myricæ” di Giovanni Pascoli (1891), “Allegria di naufragi” di Giuseppe Ungaretti (1919), La coscienza di Zeno di Italo Svevo (1923), “Ossi di seppia” di Eugenio Montale (1925), Gli indifferenti di Alberto Moravia (1929), “Se questo è un uomo” di Primo Levi (1947), “Don Camillo” di Giovannino Guareschi (1948), “Il barone rampante” di Italo Calvino (1957), “Quer pasticciaccio brutto di via Merulana” di Carlo Emilio Gadda (1957), Il nome della rosa di Umberto Eco (1980) e “Gomorra” di Roberto Saviano (2006).

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2 thoughts on “C’è un Gattopardo anche al Salone

  1. Non ho mai letto questo libro, ma trovo interessante lo spunto che lanci sul non-cambiamento nel tempo, che mi fa sorgere subito un’altra questione, ovvero sull’esistenza o meno del tempo.

    Forse trovarsi in una posizione sociale differente ci farebbe osservare molte più differenze di quante in realtà oggi noi ne osserviamo.

    Ne deriverebbe quindi un problema sociale e non temporale, ma sottolineerebbe anche che ogni cosa è percezione, e quindi che tutto ciò che è percepito è reale.
    Quindi, il tempo esiste ed è reale soltanto in funzione del fatto che noi lo percepiamo, oppure esiste aldilà della nostra percezione?

    In definitiva: non è che forse tutte queste celebrazioni e questi limiti [geografici] temporali che la nostra società ci impone di imporci non sono altro che un’altra mera distrazione?

    Ah, io fra i 15 libri scelgo Ungaretti!
    ^_-

    • Credo che l’uomo abbia bisogno di limiti altrimenti non saprebbe cosa pensare, né come.

      Ma più che altro, il discorso è che il cambiamento reale si ha solo quando cambia la mentalità di un’intera comunità, altrimenti non cambia proprio niente. Sì, è un problema sociale, il tempo non conta.

      E non avevo dubbi che avresti scelto Ungaretti!

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